Nando Dalla Chiesa

Rita, lo sguardo dolce dell’antimafia
15 agosto 2018

Era proprio questo, Rita: lo sguardo dolce dell’antimafia. Aveva spiegato a tutti, con naturale modestia, con la voce quieta e amica, che di quanto era successo fino al 1992 si era occupata poco, che la mattanza palermitana non l’aveva portata a impegnarsi nei movimenti. Poi era successo quello che tutti sappiamo. Il terribile 1-2: il 23 di maggio e il 19 di luglio. L’apocalisse e la disperazione. E il famoso “è finito tutto” mormorato d’un soffio davanti alle telecamere da Antonino Caponnetto, il padre putativo dei giudici dioscuri, che da lì avrebbe iniziato il proprio apostolato civile in giro per l’Italia. Ma se Caponnetto iniziò, Rita addirittura nacque. “Sono nata una seconda volta il 19 luglio”, disse. Ed era vero. La farmacista che nulla sapeva di movimenti ne divenne una leader naturale. Senza urlare, senza lanciare anatemi, con la calma e il buon senso e la profondità di sentimenti che non portano in tivù. Sarebbe potuta essere un simbolo morale dell’Italia intera, giorno per giorno. Il cielo sa se ne avremmo avuto bisogno. Lo fu per il movimento antimafia, che pure dell’Italia rappresenta alfine il meglio. Lo fu anche per il Paese, ma solo nei giorni comandati: cerimonie e commemorazioni. Non lo fu per la politica, che la candidò ma non ne trasse e tanto meno ne cercò insegnamenti. Andò nelle scuole consapevole del ruolo che le era toccato. Non aveva paura nemmeno della scuola materna, l’ultimo luogo possibile per chi parla di morti e di mafia.

Lei però vi raccontava la favola di “Paolo e Giovanni” e i bambini ascoltavano rapiti. Alla fine di un intervento in una scuola elementare un bambino le chiese se poteva chiamare “zio Paolo” il giudice suo fratello. “Gli voglio bene”, spiegò. Nella Sicilia dove la mafia aveva schiacciato le mogli e le madri e le fidanzate e le figlie delle vittime, dove la donna era giudicata dignitosa se silenziosa, Rita lanciò la sfida più alta: essere lei a governare l’isola più bella e insanguinata. Fu una gara meravigliosa, con migliaia di giovani che si misero al suo servizio, anche tornando a casa dalle università del Nord. Vinse a Palermo, non nelle altre provincie. La Sicilia per la quale era morto in quel modo suo fratello le preferì Totò Cuffaro, destinato a finire in carcere per favoreggiamento di mafiosi.

Sì, perché quella su cui ha camminato con orgoglio Rita è strada aspra e difficile che niente perdona. Strada proterva, che appena accarezzi la speranza ti risbatte in faccia un fiato greve che arriva da lontano. Io ricordo ancora quella impresa (comunque mai nessuno giunse ai suoi livelli guidando l’antimafia siciliana) come il traguardo più alto raggiunto dalle donne ribelli nell’intera storia del sud. La malattia l’ha fatta soffrire, in qualche momento ne ha anche offeso il sorriso bellissimo. Ma lei ha resistito come una giovane leonessa, era nata o no nel 1992? L’ho vista l’ultima volta a gennaio, alla inaugurazione del Centro studi che Palermo ha dedicato a Paolo Borsellino. La trovai bene, senza carrozzella, e mi illusi. In quell’occasione la conobbi nonna affettuosissima delle sue tre splendide e giovani nipoti. Ricordo come le guardava mentre recitavano. C’era lo sguardo dolce dell’antimafia, ma c’era molto di più.
Ci mancherai, Rita.

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