Scuola per Genitori 2013/14

24 aprile 2014 – “EDUCARE A GESTIRE LA CONFLITTUALITA” : IL CONFLITTO NELLE RELAZIONI INTERPERSONALI: GLI EFFETTI DELLA CONFLITTUALITA‘ SUI NOSTRI FIGLI

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“EDUCARE A GESTIRE LA CONFLITTUALITA” : IL CONFLITTO NELLE RELAZIONI INTERPERSONALI: GLI EFFETTI DELLA CONFLITTUALITA‘ SUI NOSTRI FIGLI

24 aprile 2014 – Centro Civico “N. Tommasoli”

Relatrice:

  • DOTT.SSA CRISTINA ALBERTINI – Neuropsichiatra infantile

Momento emozionante , intenso e profondo e genitori molto coinvolti ( circa cento  presenti ) .

 

Ecco alcuni spunti di riflessione scaturiti dalla relazione della Dott.ssa Cristina Albertini.


Il Conflitto è uno scontro armato. Gli adulti utilizzano tutte le armi di cui dispongono in situazioni dolorose, separazioni e lutti. La Separazione è come un lutto , la  delusione è fatta di molti aspetti. È una situazione che porta i pazienti in consulenza carichi di dolore, dolore che portano  al terapeuta,  sentono il peso del dolore, come se avessero bombe nelle tasche del cappotto.
Come nel lutto la separazione è costituita da una successione di emozioni, si attraversa una fase di dolore, di rabbia, di paura , si arriva con il tempo all’accettazione e poi talvolta alla pace. In quest’ultimo decennio  c’è stato un aumento delle separazioni, una conflittualità forte . Questa crisi sociale ha portato con se la crisi della famiglia.  Perché prima non succedeva? Nonostante momenti di guerra e di sacrificio? Perché sono sopravvissuti? È avvenuta una evoluzione delle figure genitoriali. Famiglia oggi è  caratterizzata da stress. C’è più consapevolezza, ma c’è  purtroppo dell’altro. Difficoltà ne abbiamo tante . Le dinamiche erano diverse in passato. Il ruolo del capofamiglia e della madre erano diversi. Perché si andava avanti? Tante coppie sono state di finzione , di parata. Una gran parte però si è adeguata .  Questo momento storico porta noi adulti ad essere stanchi e a non tollerare più.  Si interviene in terapia quando il problema è evidente, quando arriva un sintomo in un bambino. In terapia si chiede come sia avvenuta la comunicazione  del conflitto. Gli adulti sono distanti , a volte lo fanno per proteggere.  È necessario intervenire precocemente per aiutare . Si devono tenere in considerazione le emozioni dei bambini. Sembrano delle barche in mezzo alla tempesta.
Davanti ai suoni di un temporale siamo affascinati ed impauriti.  Questi bambini hanno paura , soffrono, ma ascoltano, spiano, non perdono di vista la situazione. Bisogna prendere sul serio le loro emozioni. I genitori sono distratti perchè sono coinvolti in prima linea. Dove non c’è gestione del conflitto, i genitori usano i figli come manovalanza in modo improprio. Si crea confusione e conflitto di realtà, ogni distacco porta un pensiero. Questo porta confusione in loro, i bambini hanno bisogno di stabilità. Sono più forti in una famiglia unita , la separazione porta problemi, si sentono come una merce di scambio. Questo genera una senso di perdita, di depressione e disperazione. Si chiedono perché sta succedendo questo? Cosa posso fare io per far tornare tutto indietro, i figli funzionano da parafulmine. La fantasia di riunificare la coppia c’è sempre , anche se sanno che non sarà possibile.
È normale che un bambino soffra per una separazione. Quello che è vitale, è che venga aiutato a sopportare tale dolore.quello che più fa male è il pensiero di non aver nessun ruolo. Passano i mesi, si urla , si passa al silenzio, si passa ad esserci e non esserci più . Attraverso tutto questo i bambini si sentono divisi.  Spesso si chiedono perché i genitori non dormono più insieme. Si chiedono dove è finita la loro famiglia. Sono divisi perchè si sentono tristi e sollevati. L’allontanamento spesso porta pace.  I genitori sono presi dal cercare aiuto, casa, sistemazione, perché in un conflitto soffrono tutti. È un dolore trasversale , tutti hanno sofferenza, questo porta ad un consumo di energia, un sentirsi sbilanciati, fuori rotta. Come ci vedono ? Emerge la bestializzazione  dei genitori, così vedono i bambini i loro genitori in quei momenti. Diventa difficile comunicare. I bambini diventano la controfigura dell’adulto, anche se questo ruolo spetterebbe all’educatore. Le sfaccettature del dolore fanno male al bambino. Quali sintomi ha? È disorientato, ha paure , fobie, disturbi del sonno, alimentazione, disturbi del comportamento. Il cambiamento avviene a scuola spesso, la scuola diventa parafulmine, i bambini sono  distratti, si appropriano di materiale,  sono impertinenti, deridono, feriscono, oppure silenziosi, assenti, facili al pianto. A casa hanno atteggiamenti regressivi, perdono autonomie, vanno nel lettone, ciò li porta in uno spazio che non è il loro, con un ruolo non idoneo. I genitori dichiarano:nessun problema, il bambino è forte, è lui che consola me, non ha mai pianto. Questa  è la cecità dell’adulto. L’adolescente reagisce in un modo violento. Se il bambino non manifesta non è un buon segnale, c’è una decurtazione di energia, i figli indagano  per capire. Se siamo distratti non ci accorgiamo. Siamo in una situazione di poco equilibrio ma dobbiamo ascoltarli.  Bisogna filtrare ciò che accade, non dovrebbero sapere tutto, intuiscono che qualcosa sta cambiando, cambiano i ruoli della coppia , ma non nei confronti dei figli. Le provocazioni dei figli sono dettate dal disagio. Quale è il compito del neuropsichiatra: recuperare delle funzioni dimenticate, nascoste, che prima erano presenti, bisogna cercare nuovi canali di comunicazione .

Dobbiamo insistere sul diritto dei minori ad essere felici. Formulare un progetto educativo è essenziale, collocando le priorità del proprio figlio. Essere coerenti è fondamentale anche se difficile.  Si deve tener presente la sofferenza dell’altro . Non ci si può separare dai figli. La priorità sono i figli non i propri conflitti.

Un bambino non decide mai nulla , subisce, non è possibile restituire una famiglia regolare ma un nuovo assetto. Non c’è la coppia coniugale ma la famiglia rimarrà per sempre. A quel bambino serve che i genitori siano sempre presenti, disponibili ad essere in contatto uno con l’altro,  senza essere usati per il contatto. Il ruolo del figlio non è quello di traduttore delle comunicazioni.

Un grazie a tutti di cuore.
Prof.ssa Daniela Galletta

Clicca qui per riascoltare in MP3 l’ incontro.

 

 

 

 

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