Giovedì 06 Novembre 2025
Il mestiere di educare
Insegnare a riconoscere la rabbia e la tristezza per non averne paura L’esperta: «I genitori siano porto sicuro» La figlia: «Anche voi siete stati come noi»
Camilla Ferro
C’è solo da aspettare che passi e, nel mentre, adoperarsi per condurre in porto la barca ammaccata dalla tempesta. L’adolescenza è l’età delle montagne russe emozionali: sulla giostra, con ruoli diversi, ci stanno figli e genitori. Da una parte ci sono i ragazzi in balia del turbinio di sentimenti che non sanno gestire (rabbia, rancore, tristezza, paura), dall’altra madri e padri che devono aiutarli a «buttare fuori» il disagio, mettendosi empaticamente in ascolto («ascoltare non è sentire»). L’obiettivo, nel complicato mestiere degli educatori, è tenere aperto il dialogo e far prendere ai ragazzi la consapevolezza delle emozioni che li tormentano: devono arrivare a riconoscerle e a non temerle. Perché, dicono gli esperti di età evolutiva, solo conoscendo il nemico possono trovare un equilibrio tra la voglia di reagire vomitando la rabbia o, all’opposto, chiudendosi in una silenziosa tristezza. Sono gli estremi che ben conoscono gli adolescenti e di fronte ai quali, in casa, si rimane spiazzati. La fatica sta tutta lì: «I genitori devono dare ai figli la certezza di trovarsi sempre in un campo sicuro», conferma la dottoressa Enrica Zolezzi, protagonista della quinta puntata di «Visionaria» stasera su Radio Verona alle 18 e in replica su Tele Arena alle 22.45 (è il programma promosso dall’associazione Prospettiva Famiglia in collaborazione con il gruppo editoriale Athesis e il Comune). Sarà lei ad aprire la seconda sezione del progetto intitolata «Vivere le emozioni, educare con consapevolezza» (sei appuntamenti settimanali fino all’11 dicembre) spiegando come aiutare i nostri giovani «ad esprimere ciò che sentono con intelligenza emotiva. È fondamentale che riconoscano la collera, la tristezza, l’angoscia, la preoccupazione e che le chiamino per nome. Mamma e papà devono accompagnarli nell’attraversare la tempesta, consapevoli che ci saranno momenti di rottura e di tensione, ma l’importante è ritrovare la strada per ristabilire il benessere, anche passando per la fase della chiusura, dello stare in silenzio chiusi in camera, del mutismo, dell’afflizione».La dottoressa Zolezzi, nella sua riflessione, prenderà spunto da una lettera scritta da una quindicenne, raccolta dall’Osservatorio Permanente degli adolescenti e degli studenti (Opados) in diversi istituti superiori veronesi. Poche righe che dicono tutto della difficoltà di tanti suoi coetanei ad esprimere le emozioni. Parte accusando mamma e papà di aver dimenticato «di essere stati, un tempo, come noi», di aver quindi anche loro sbagliato, di aver convissuto con sbalzi di umore e tanta confusione. Oggi, passati dall’altra parte della barricata, «faticate a capirci» riflette la ragazza. Si sorprende, figlia incompresa, del fatto che i suoi pretendano la «perfezione» quando «pure voi a quest’età non siete stati impeccabili».Morale: la ragazza non pretende soluzioni o frasi fatte di circostanza ma soltanto «essere ascoltati, senza giudicare». Perché, scrive, quando si è travolti dalle emozioni, non serve «farci ragionare» ma solo sapere di «poterci sfogare» e, nonostante la reazione scomposta, «sentirvi accanto».È quello che raccomandando i terapeuti: comprensione, accoglienza, presenza e ascolto. Braccia aperte, non portoni chiusi. «Quando poi è passata la burrasca», va avanti Zolezzi, «si fa partire la riflessione e si arriva a condividere delle regole, che sula fiducia devono essere rispettate. Bisogna insomma lavorare per stare, con calma, in relazione in un campo sicuro e non in un campo di battaglia». La differenza la fa «l’esserci» e dire ai figli, sia a parole che con i comportamenti: «Siamo qui con voi, con quello che c’è».
L’Arena – 06 Novembre 2025 Pag. 22













