16 OTTOBRE 2025
Matteo Bussola e la fatica di crescere – Dialoga con Daniela Galletta: al Cinema Alcione si apre la XVII stagione di Prospettiva Famiglia
IL TALENTO DELLA RONDINE
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C’è un silenzio attento, quasi affettuoso, al Cinema Alcione di Verona. È il silenzio di chi ascolta parole che non suonano come lezioni, ma come verità condivise. Così Matteo Bussola ha inaugurato la diciassettesima stagione di Prospettiva Famiglia, parlando con la consueta grazia di ciò che oggi sembra diventato difficile perfino nominare: il talento, la fatica, la fragilità.
«Io ho sempre voluto disegnare, ma il disegno non mi ricambiava con la stessa intensità» racconta Bussola. È la confessione di un uomo che ha imparato che il talento non è un dono, ma una scelta. «Il talento non è ciò con cui nasci, ma il destino che scegli. È la capacità di protrarre nel tempo lo sforzo verso ciò che ti fa stare bene».
Cita Sinner, che da bambino giocava a calcio e poi, dopo un infortunio, ha scelto il tennis: «Ha fatto una fatica spaventosa per diventare quello che è, eppure si diverte». È il simbolo di una generazione che cerca il proprio posto nel mondo tra cadute e ripartenze.
Bussola guarda ai ragazzi di oggi con empatia, ma senza indulgenza. Ricorda che durante il Covid «li abbiamo chiusi in casa» e che «il corpo è rimasto l’ultima spiaggia per regolare il mondo, mentre il cellulare è diventato l’ultima finestra su di esso». Una finestra che troppo spesso giudica, controlla, intrappola. «È la generazione più prigioniera di tutte» dice.
Smonta il mito tossico del “se vuoi puoi”: «Perché se non ce la fai, allora è colpa tua. Ma non è vero. A volte è solo questione di possibilità o di fortuna». E aggiunge una delle frasi più belle della serata: «Anche noi genitori validiamo l’idea che l’amore dipenda dal merito. Ma il lavoro del genitore è amare chi è così diverso da te da farti paura».
Poi arriva il cuore del discorso: la pazienza. «La sfida educativa è rispettare i tempi di ognuno. Servono tempo, attenzione, credibilità. E prendersi cura anche quando non ci vedono».
Infine, il sigillo di speranza, quasi un piccolo testamento morale:
«Il più bel consiglio è stare nella società del fare, senza la pretesa di risolvere. I ragazzi vogliono legittimità per il loro dolore, per la loro fragilità. Noi siamo al mondo per imparare fallendo. E l’alternativa alla competizione è la cooperazione. Ognuno ha il suo modo di danzare».
Un incontro vero, caldo, che ha ricordato a tutti noi che educare non è “aggiustare”, ma accompagnare. E che la fatica, se condivisa, può diventare una forma d’amore.
Prof.ssa Wanna Bianchi













