L’Arena – Giovedì 04 Dicembre 20255
Il mestiere di educare
Imparare l’empatia per conoscere in modo autentico figli e studenti L’esperto: «Capire con la testa e sentire col cuore quello che vivono»
Camilla Ferro
L’empatia cognitiva permette di capire cosa l’altro sta vivendo, quella emotiva te lo fa sentire. Usare insieme le due dimensioni – testa e cuore – è il modo più autentico, profondo, per conoscere davvero chi abbiamo davanti. «Non implica né fusione né confusione: non è un atto di sovrapposizione ma capacità di creare un “noi” lasciando distinti l’io e il tu». Così il dottor Andrea Salvetti (insegnante, pedagogista e counselor, mental e life coach) spiega il tema della nona puntata di Visionaria in onda oggi alle 18 su Radio Verona e stasera in replica su Tele Arena alle 22.45. Parlerà di «Empatia: lavorare sulle emozioni. Come svilupparla in casa, a scuola, tra pari» prendendo spunto da una lettera dell’Osservatorio Adolescenti-Studenti che una ragazza ha scritto ai propri genitori. «Non mi conoscete perché non vi ho mai dato occasione di farlo», confessa, «non mi sono mai messa sul letto a raccontarvi cosa mi succede quotidianamente, cosa mi fa stare male e cosa mi dà gioia. Non sapendo quindi voi cosa provo», continua, «come posso pensare che possiate agire in modo giusto, per il mio benessere? Ho sempre sperato che foste un po’ come dei geni e che riusciste a percepire le mie emozioni…». Salvetti fa un esempio: «La madre che ha freddo dice al figlio “metti la felpa”. Lo dice basandosi sulla sua temperatura, non su quella segnata dal termometro. Lei pensa che anche lui abbia i brividi ma la realtà dell’altro può essere diversa: può avere caldo quando io ho freddo, tristezza quando io ho fretta, paura quando io vedo solo normalità. L’empatia», continua il “prof” pedagogista, «è proprio questo: riconoscere la differenza di chi ho davanti, rispettarla e non giudicarla. È il modo più vero per entrare in relazione».Il tutto diventa fondamentale per i genitori di adolescenti e per gli stessi ragazzi che così, se «imparano» l’empatia da chi sta loro attorno, imparano ad uscire dall’egocentrismo dell’infanzia, a decentrarsi e ad avere più prospettive: imparano a stare nel mondo in modo sano. «Se incontrano un adulto empatico», prosegue Salvetti, «sperimentano uno spazio in cui possono dare nome al proprio sentire e mettere ordine dentro di sé. Senza questo spazio, resta il silenzio. E nel silenzio, spesso, la sofferenza cresce». La sfida sta tutta qui. Come possono allora la famiglia e la scuola diventare luoghi di dialogo fatto di testa e cuore? «In casa l’empatia nasce soprattutto da uno sguardo che accoglie. Non serve interpretare, serve far sentire a un figlio che ciò che prova non è mai banale», raccomanda l’esperto, «e aiutarlo a trovare le parole per raccontarsi è decisivo: più riesce a nominare ciò che prova, più riesce a conoscersi. Un genitore che coltiva l’empatia diventa un testimone credibile: è lo specchio che permette al figlio di vedere parti di sé che da solo non riesce a trovare. È un processo che si compie insieme». Anche a scuola l’empatia è una responsabilità educativa. «Non basta trasmettere contenuti», sottolinea Salvetti, «bisogna creare un clima in cui nessuno si senta fuori posto. Un ambiente collaborativo in cui un insegnante deve saper leggere un silenzio, un gesto trattenuto, uno sguardo che si abbassa». Meglio smettere di dire «metti la felpa perché io ho freddo» e iniziare a chiedere «ma tu, come stai?». «Quando un adolescente sperimenta questo tipo di sguardo, si sente compreso e diventa anche lui capace di comprendere. Capisce che le emozioni non sono tutte uguali, che non tutti vivono le stesse cose allo stesso modo». Famiglia e scuola sono chiamate a diventare luoghi dove non si impone una felpa, una regola, un ordine, ma dove si capisce e si sente ciò che i ragazzi stanno vivendo.
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