L’Arena – Giovedì 12 Febbraio 2026
Il mestiere di educare
Dal disagio all’abbandono degli studi
Gli esperti: «Fallimento degli adulti La colpa è di genitori e insegnanti che non hanno saputo rendersi conto»
Camilla Ferro
Come lei tanti giovani. «Avrei bisogno di parlare. Mi sento vuota e sola. Non ce la faccio più. I miei genitori dicono che non studio mai». La mettono in punizione, non facendola uscire, «solo perché ho qualche voto insufficiente». L’angoscia aumenta: «Mi sento uno sbaglio, un errore».
Di «Disagio scolastico e abbandono: un grido d’aiuto. Come riconoscere i segnali del malessere» parleranno oggi a Visionaria (il programma dell’Associazione Prospettiva Famiglia) alle 18 su Radio Verona e in replica stasera alle 22.45 su Tele Arena, il dottor Andrea Salvetti, (insegnante, pedagogista e counselor) e la psicologa psicoterapeuta Arianna Favalli.
La loro riflessione partirà dalla lettera scritta dalla giovane «in crisi» con la famiglia e con la scuola. «Dobbiamo fermarci sulle parole che usa», spiega Salvetti, «dice di non farcela più: non è un capriccio adolescenziale, è il rumore di un motore che ha finito la benzina, è il segnale che il limite di sopportazione è stato superato».
Lancia un grido disperato per chiedere aiuto, molti invece tacciono e si macerano nel malessere. «C’è un disagio “nella” scuola», continua Favalli analizzando il fenomeno in generale, «quello di chi fatica a starci, non regge il clima, l’aria che respira, si sente giudicato e non accolto anche dai compagni, prima ancora dai genitori di cui deludono le aspettative. È una sofferenza relazionale». Poi c’è il disagio “per” la scuola. «Riguarda le richieste, il dovere, la prestazione. È la fatica di aprire i libri, l’ansia della verifica, la paura di non essere all’altezza.
Qui lo studente non soffre per le persone, ma soffre per il carico che deve portare, per l’incertezza di riuscire a superare degli ostacoli con le proprie risorse, di cui ha ancora poca consapevolezza». E Favalli: «Il disagio scolastico si manifesta attraverso diversi segnali che riguardano il comportamento, le emozioni, il rendimento e le relazioni.
Spesso non compare all’improvviso, ma cresce gradualmente. L’identikit dello studente che “regge”, invece, ha caratteristiche profonde: ha una motivazione interiore, non studia solo per paura; ha uno sguardo sul futuro aperto, non paralizzato, è determinato, possiede sane ambizioni ma soprattutto ha una grandissima capacità di resistere alle frustrazioni. Se cade, si rialza. Perché? Perché sente il supporto della famiglia e sa che a casa non c’è giudizio. Sa che un’insufficienza è un voto non una condanna al suo valore umano».La studentessa della lettera, invece, rischia di scivolare dal disagio verso l’abbandono. «Non avviene in un giorno», ricostruisce la dinamica Favalli, «è quando uno studente smette di fare domande, di alzare la mano e piano piano decide di lasciare la scuola: per molti, è l’unico modo per non soffrire più».
Non è suo il fallimento, denuncia la professionista, «non è di chi se ne va: è di un sistema che non ha saputo ascoltare». Come fermare questa discesa? «Bisogna che gli adulti imparino a ri-conoscere i segnali», risponde Favalli, «e ci possono riuscire dedicando tempo ai ragazzi, parlando dei loro interessi, dei loro sogni, guardandoli senza il filtro delle nostre aspettative.
Solo se lo conosci e lo guardi, tuo figlio, puoi infine capire che quel silenzio a cena non è stanchezza, ma un grido d’aiuto».La strategia vera in grado di prevenire tutto questo è l’educazione. «Dobbiamo allenare i ragazzi alla fatica e alla frustrazione», conclude Favalli, «far loro capire che si può sbagliare senza essere sbagliati». La punizione alla ragazza (non esci più) è cieca, è l’esempio perfetto di cosa non funziona: «Serve a placare l’ansia del genitore, ma aumenta la sua tristezza e la spinge ancora più verso l’abbandono».
E Salvetti: «La strada giusta è l’alleanza: famiglia, scuola, psicologo devono parlarsi. Smettiamo di guardare solo il difetto, il 4 nell’interrogazione e iniziamo a cercare il valore dei nostri ragazzi. Ai genitori dico: fatevi aiutare ad aiutare, chiedere supporto a un esperto è un atto di amore responsabile».
L’Arena Giovedì 12 Febbraio 2026 Pag. 25














