L’Arena – Giovedì 19 Febbraio 2026
Il mestiere di educare
«Chi sono io?», adolescenti alla ricerca
La lettera: «Vorrei togliere la maschera»
La neuropsichiatra: «Corpi in evoluzione Il giudizio dei pari li condiziona»
Camilla Ferro
C’è un momento, nel percorso evolutivo di ogni persona, in cui la domanda «Chi sono io?» diventa pressante e centrale.
È l’adolescenza, il tempo in cui si abbandona l’infanzia e si muovono i primi passi verso la maturità, cercando di riconoscersi nella persona che si sta diventando. In questo passaggio delicato, il bisogno più profondo è essere visti davvero: sentirsi riconosciuti dagli altri in modo autentico, così che l’immagine di sé si rafforzi, anziché incrinarsi sotto il peso del giudizio.È da qui che prende le mosse la nuova puntata di Visionaria, il programma dell’Associazione Prospettiva Famiglia, in onda oggi, alle 18, su Radio Verona e in replica, alle 22.45, su Tele Arena.
Ospite la neuropsichiatra e psicoterapeuta Cristina Albertini, che approfondirà il tema: “Chi sono io? Identità in costruzione, confronto tra pari e autostima”.
A introdurre la riflessione, la lettera anonima di un adolescente: «Vorrei non farmi condizionare dal giudizio degli altri e imparare che esprimere se stessi è più importante che essere apprezzato da tutti… Mi piacerebbe essere in grado di prendere decisioni senza delegare agli altri… Vorrei togliere un po’ la maschera e non preoccuparmi di piacere a tutti».
Parole che raccontano la fatica di scegliere chi essere, senza tradirsi.«I ragazzi sono fisiologicamente in evoluzione, alla ricerca delle proprie parti», spiega Albertini. «È un fluttuare di stati interni, spesso opposti: avvicinarsi e distanziarsi, riconoscersi e disconoscersi». In questa fase osservano adulti e coetanei per capire quali aspetti sentono propri e quali no. Anche gli improvvisi cambiamenti di amicizie o interessi, che spesso disorientano i genitori, rientrano in questo percorso di costruzione dell’identità.
Si parla spesso di adolescenti “fragili”. «È una fragilità fisiologica, così devono essere», chiarisce la psicoterapeuta. «Il rischio è che, se li vediamo solo così, facciamo da specchio in quel modo e finiscano per diventarlo». L’identità, infatti, si costruisce nelle relazioni.
I ragazzi vogliono essere visti e sentirsi “giusti nonostante tutto”. Cercano il consenso dei pari, in famiglia e sui social, non per debolezza ma perché è parte del loro sviluppo. Diventa problematico quando «voglio essere visto non per quello che sono, ma per quello che credo gli altri vogliano che io sia».Un capitolo centrale è quello dell’immagine corporea. «Tra i compiti evolutivi dell’adolescenza c’è la conoscenza e l’accettazione di un corpo nuovo», sottolinea Albertini.
L’immagine di sé, fatta di percezioni, pensieri ed emozioni, può incrinarsi quando si crea una distanza tra il corpo reale e quello ideale, spesso modellato su standard irraggiungibili: «L’adolescente sa che certi ideali sono irreali, ma non smette di inseguirli, con ricadute su autostima e benessere».Anche il confronto tra pari è cambiato. Meno spazi informali di autonomia, più controllo e competizione. «Non possiamo confrontare la loro esperienza con la nostra», osserva la specialista.
Il gruppo classe e lo sport restano talvolta gli unici ambiti di prova, ma con meno “allenamento” alle relazioni spontanee. In questo contesto, il giudizio pesa: «Sono circondati dal giudizio, a casa come tra i coetanei. E il giudizio condiziona».Qual è allora il compito degli adulti? «Ascolto e rispetto del loro apparato pensante», risponde Albertini. Domande aperte – “Cosa senti? Cosa vuoi per te?” – aiutano più di ammonimenti e minacce. «Non possiamo essere sempre la loro cintura di sicurezza», aggiunge, «è necessario trovare un equilibrio tra proteggere e lasciare andare».
Infine, uno sguardo positivo sul corpo e su di sé. «Promuovere un’immagine corporea positiva significa valorizzare le risorse del proprio corpo e rispettarlo per le funzioni che svolge», ricorda la psicoterapeuta: piacersi passa dal volersi bene, non dall’adeguarsi a un modello. «Essere “visionari”», conclude Albertini, «significa vedere quello che ancora non c’è, offrendo ai ragazzi uno sguardo capace di sostenerli mentre costruiscono, passo dopo passo, la propria identità».
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