17^ stagione della Scuola per Genitori 2025-2026
CHI SONO IO? L’IDENTITA’ IN COSTRUZIONE
Autostima, immagine corporea, confronto con i pari
dr.ssa Cristina Albertini
Centro Civico “N. Tommasoli” – 19 febbraio 2026
Il Video
Relazione:
Serata molto interessante e ricca di suggerimenti forniti dalla dr.ssa Cristina Albertini ai genitori che
sono intervenuti in merito a come gestire i nostri ragazzi alle prese con la ricerca di se stessi e con la
costruzione della loro identità.
Dopo i ringraziamenti alla VI^ Circoscrizione e alla Fondazione Cattolica che ci supporta nel progetto Visionaria (Radio Verona e Tele Arena), le indicazioni fornite dalla dr.ssa Zolezzi sugli sportelli (psicologico e pedagogico) di Prospettiva Famiglia e la presentazione fatta dalla dr.ssa Marconcini, ha preso la parola la nostra brava relatrice, cominciando col dire che i ragazzi si trovano a gestire il confronto fra l’immagine che hanno di sé e quella che vogliano dare all’esterno. In questa dicotomia, noi adulti ci sentiamo piuttosto sicuri, loro invece lo sono decisamente meno: ciò è dovuto al fatto che mentre per noi le due figure sono ben
chiare, per loro non è chiara solo la seconda, ossia l’immagine che vogliono dare all’esterno (amici,
genitori, conoscenti, docenti, …).
Ciò che a loro manca è sapere chi sono e questo non possonosaperlo perché questo loro essere non è definito, ma ancora in fieri, in formazione. Ne consegue cheil loro continuo oscillare fra il se reale ed il se ideale è reso inevitabile dalla distanza che esiste fra idue e dal fatto che non hanno ancora una piena consapevolezza di ciò che sono. Ne discende che lafragilità nei ragazzi non è da considerarsi come un problema; anzi, essa è perfettamente fisiologica.
Né vale il confronto fra la nostra adolescenza e la loro: non perché noi fossimo meglio o peggio, ma
semplicemente perché sono diverse le condizioni al contorno. Fra le condizioni ambientali che erano
completamente diverse, oltre alla mancanza di cellulari, social media e piattaforme digitali, va anche
detto che nella nostra adolescenza, avevamo secondo la dr.ssa Albertini più possibilità di
apprendimento: l’essere – molto più di oggi – staccati dai genitori ci dava più occasioni di fare
esperienza e di apprendere, rispetto ad oggi dove, molto spesso, li guidiamo da vicino per gran parte
della loro giornata o comunque sappiamo praticamente sempre dove sono, che non sono nelle
condizioni di apprendere perché li curiamo e li coccoliamo in modo quasi spasmodico. Una volta, lo
stare spesso da soli (“se giocavi al parco e ti facevi male o se litigavi con qualcuno o semplicemente
se stavi su una panchina, dovevi risolvere autonomamente certe situazioni e questo ti forgiava. Oggi,
come detto, gli stiamo talmente addosso che, se siamo in macchina con nostro figlio a fianco e
facciamo una frenata, portiamo istintivamente il braccio sua a protezione anche se ha la cintura:
dovremmo farlo con un sorriso e dovremmo pensare a quando sarai lui al posto di guida e noi al1
posto del passeggero e quindi apprezzarne le qualità, di cui è portatore e che ne faranno l’uomo o la
donna di domani.
Più che di autostima, la dr.ssa Albertini preferisce parlare di “immagine di sé”: concetto quest’ultimo
che rappresenta in modo più completo il concetto che i ragazzi hanno di se stessi: non
necessariamente limitato all’aspetto fisico o al rendimento scolastico, bensì una visione completa di
come essi si vedono in tutti i loro aspetti. Alla fine, ha sottolineato la dr.ssa Albertini, noi stessi siamo
poliedrici, composti da vari moduli, varie sfaccettature e decidiamo autonomamente quali mettere
in mostra e quali invece tenere più sotto traccia. Sbagliato quindi identificarli per qualche particolare
situazione (“se sono triste e mi chiudo in me stesso, non debbo essere considerato per ciò stesso, uno
taciturno”). È proprio il nostro essere compositi e variamente relazionati con il mondo esterno a
renderci così preziosi. La questione potrebbe limitarsi a qualche piccolo ritocco volto ad esaltare le
nostre qualità e contenere qualche nostro difetto. Resta il fatto che i genitori non devono mai fare
l’errore (che purtroppo facciamo spesso) di rivolgerci a loro dicendo “come mi sarebbe piaciuto, se
tu fossi stato …”): queste affermazioni sottendono un concetto molto umiliante che si può esprimere
con “non mi piace come sei”. Dire ad un figlio che non ci piace per quello che è, è un modo per far
saltare il ponte che ci lega a lui. Perché non pensiamo, invece, a come è veramente nostro figlio e
pensare a quanti aspetti positivi ha nel come persona. Errato quindi pensare a come vorremmo che
fosse; più corretto valutare i lati positivi di cui è portatore. Su questo punto, la dr.ssa Albertini ha
portato il caso emblematico del pattinatore statunitense Ilia Malinin, che dopo aver perso la
medaglia d’oro alle Olimpiadi in corso, per alcuni errori nella sua performance, si è trovato un padre-
allenatore con le mani nei capelli, un padre tutto proteso a pensare alla medaglia perduta anziché
volto a prendere coscienza di quale grande campione sia suo figlio. La sofferenza del figlio è stata
espressa in questa frase: “Niente fa più male che cercare di fare del tuo meglio e non essere
comunque abbastanza.”
Analogamente, quando veniamo a sapere che nostro figlio frequenta cattive compagnie, la nostra
reazione non deve essere dirgli “non frequentare più quella compagnia”: dire così potrebbe, anche
per spirito di rivalsa, essere raccolto dal figlio come uno stimolo a fare esattamente il contrario. Il
suggerimento che ci dà la dr.ssa Albertini è quello di metterci in ascolto per capire – che non vuol
dire condividere – le ragioni per le quali nostro figlio frequenta quella compagnia. Se nostro figlio
non ci dice nulla, possiamo anche raccontare noi le compagnie che frequentavamo nella nostra
adolescenza ed indicare i motivi che ci inducevano a frequentare quella e non altre.
Infine, per la sua esperienza professionale, la dr.ssa Albertini ci fa notare che i ragazzi segnalano che
i genitori parlano talvolta di quando erano bambini e di come sono da adulti, ma quasi mani parlano
di quando erano adolescenti: probabilmente anche noi, durante la nostra fase adolescenziale,
abbiamo fatto errori come li stanno facendo loro: sarebbe quindi più onesto ricordare la nostra
adolescenza e prendere atto che è una fase di tale rivoluzione sul piano fisico e mentale, che ci
obbliga a riconoscere le “stupidaggini” e gli errori o gli imbarazzi dei cui siamo stati protagonisti in
età adolescenziale.
Nel dibattito che ne è seguito, alcuni genitori hanno portato la loro esperienza di:
• relazione con un figlio che indossa una maschera e minimizza tutto;
• gestione di figli che, nel passaggio da infanzia ad adolescenza, hanno cominciato a soffrire
per relazioni interrotte con amici e compagni di classe
Per entrambe le situazioni, la dr.ssa Albertini ha fornito indicazioni sulle contromisure da adottare;
per es., di fronte ad un figlio che indossa una maschera e quindi non è pienamente sincero con noi,
proviamo a parlargli delle nostre amicizie e di come ci siamo comportati noi e cerchiamo di farlo in
modo quasi casuale (per es. fianco a fianco sul divano o in auto, “senza guardarsi negli occhi per non
mettere a disagio nostro figlio”).
Un grazie alla dr.ssa Albertini per la competenza ed al tempo stesso il pragmatismo dimostrati e un
grazie a tutti gli intervenuti che hanno alimentato un dibattito vivo ed interessante.
Ci vediamo il 12 marzo con l’incontro sul tema “Vita on line, relazioni digitali” col prof. Ivan Salvadori.
Cordiali saluti.
Ass. PROSPETTIVA FAMIGLIA
dott. Paolo STEFANO














