SCENARII GEOPOLITICI INTERNAZIONALI.
Attacco all’Iran e l’irriconoscibile America di Trump.
Prof. Stefano Verzè.
Sala Circoscrizionale – Quartiere Stadio – 3^ Circoscrizione –
11 marzo 2026.
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Pubblico delle grandi occasioni al primo incontro del ciclo di geopolitica, partito stasera con il prof. Verzè, che si snoderà nei prossimi due mercoledì (18 e 25 marzo) per darci ancora una volta la possibilità di ascoltare la fine conoscenza delle vicende che caratterizzano l’attuale scacchiere politico, economico e sociale in varie parti del pianeta.
Ha fatto davvero piacere vedere la Sala circoscrizionale di via Sogare, gremita in tutti i posti disponibili e ancor di più aver visto una buona percentuale di ragazzi: segno che c’è interesse a capire meglio ciò che succede in un mondo sempre più globalizzato e a non fidarsi delle notizie, vere o fake, che circolano sui social.
Dopo l’introduzione del Presidente Olivieri, che – oltre ad aver sottolineato il valore della collaborazione con l’Ass. Prospettiva Famiglia – ha invitato la cittadinanza ed i giovani in particolare ad avvicinarsi alla Circoscrizione, organo di governo comunale più vicino alle comunità e ai quartieri, è stata data la parola al prof. Verzè. Il nostro valente relatore ha innanzitutto inquadrato il tema, evidenziando – tramite apposita slide – i Paesi musulmani del Medio Oriente di confessione sciita rispetto a quelli che hanno invece un indirizzo sunnita. La distinzione è fondamentale e si basa su diversi aspetti della vita sociale e politica, ma la prima e più importante differenza risiede nel fatto che i Paesi sciiti propugnano la coincidenza del capo politico con il capo religioso, mentre quelli di ispirazione sunnita tengono nettamente distinti i due ambiti. Ecco allora che nei Paesi sciiti (Iran in particolare) il potere politico e religioso sono nelle mani dell’ayatollah: Ali Khamenei, fino a pochi giorni fa, il figlio Mojtaba ora.
Al contrario, nei Paesi di indirizzo sunnita, il potere politico è nelle mani dello sceicco o del Presidente, ma questi non ha nulla a che fare con la guida religiosa del Paese; in questi Paesi la religione, se non inferiore per importanza, è certamente gestita separatamente dal potere politico. Resta il fatto che, anche nei Paesi musulmani sunniti, vi possono essere delle minoranze sciite che parteggiano per il governo iraniano anche nell’attuale difficile fase di guerra con USA ed Israele. Un’area, quella del Medio Oriente, particolarmente confusa e magmatica nella quale si è inserita da circa 10 giorni il detonatore della guerra, scatenata da USA e Israele.
Fra i Paesi sunniti con rumorose minoranze sciite vi è sicuramente il Libano (con gli Hezbollah, che piangono la morte di Alì Khamenei) o gli Houthi dello Yemen o le falangi sciite della Siria, per non parlare delle cellule di Hamas nella striscia di Gaza. Resta il fatto, secondo Verzè, che in una situazione così complicata si è inserito l’elemento bellico, scatenato da quel Donald Trump che si muove in modo assolutamente istintivo e sincopato, un Presidente USA che decide oggi determinate azioni e domani le deve rimangiare, un Presidente USA che oggi sbandiera che “la guerra in Iran è terminata”, ma domani si deve rimangiare le parole, visto che il nemico è tutt’altro che sconfitto. Innanzitutto un cenno alla grande spaccatura del mondo islamico: si tenga infatti presente che, su circa due miliardi di musulmani nel mondo, l’85% è sunnita, mentre solo il 15% è sciita.
Qual è la grande differenza? Sicuramente il fatto che, pur avendo entrambi un capo religioso, nel mondo sunnita il potere politico è in mano a personale laico, mentre nei Paesi di convinzione sciita il capo religioso ed il capo politico coincidono nella stessa persona. Ben dimostra ciò l’Iran, Paese sciita per eccellenza, dove l’ayatollah Khamenei incentra su di sé sia il ruolo di massima autorità religiosa sia quello di maggior esponente politico. Ben diversa, invece, è la situazione nel Paese sunnita per antonomasia, ossia l’Arabia Saudita, dove il monarca Mohammad bin Salman Al Sa’ud è il principe e politico saudita, membro della famiglia reale, ma nulla ha a che vedere con l’autorità religiosa.
Parlando del Medio Oriente, il prof. Verzè ci invita a partire dal caso “Siria”, ossia dalla situazione di questo Paese prima del 27 novembre 2024, ossia sotto la presidenza Assad, e dopo l’8 dicembre 2024, ossia con l’insediamento del nuovo Presidente. Ma cos’è successo in Siria con la caduta di Bashar al-Assad? Sostanzialmente, finché era in carica questo tiranno, la Siria era un Paese a prevalenza sunnita ma con un Presidente (Assad appunto) di impronta sciita; con la sua caduta, il nuovo Presidente è diventato Ahmed al-Sharaa, conosciuto anche con il nome di guerra di Mohammed al Jolani, il leader di Hayat Tahrir al-Sham (HTS), il gruppo ribelle islamista che ha guidato l’operazione militare contro l’ex presidente siriano. Ecco allora che il Paese ha preso un’impronta sunnita tout court, ossia anche a livello di amministrazione statale. A quel punto, gli attacchi contro gli sciiti – dagli Hezbollah libanesi ai gruppi palestinesi di Hamas, alla stessa governance iraniana e fino ai gruppi Houthi dello Yemen sud-occidentale – si sono intensificati ed il principale obiettivo non è più stato l’abbattimento dello Stato ebraico, bensì quello di combattere i gruppi musulmani sciiti; al tempo stesso si sono rasserenati i rapporti con i Paesi di stampo sunnita, Arabia Saudita in testa. Anche la Siria quindi si è aggregata alla maggior parte dei Paesi che formano la penisola arabica (Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Oman e parte dello Yemen) e con loro sta operando per quel progetto, che coinvolge anche l’India e (forse) anche la Russia e che va sotto il nome di “Via del Cotone”, in alternativa o in aggiunta alla famosa “Via della Seta”.
Una cosa è certa: non si possono costruire scuole, strade, ponti, porti, ecc. ecc. finché le bombe continuano a cadere; correttamente quindi questi Paesi hanno capito che la prima cosa da realizzare è quella di stabilizzare l’area. Una volta stabilizzata (no guerre, regimi stabili, situazioni sociali ed economiche favorevoli), si potranno affrontare temi di consolidamento e crescita economica attraverso la costruzione delle infrastrutture fondamentali per far emergere un Paese dallo stato del sottosviluppo. In tutto ciò, Trump si muove in modo scomposto con affermazioni forti, che talvolta deve rimangiarsi nel giro di qualche giorno. Ma come mai, si chiede Verzè, ben 77 milioni di americani hanno votato Trump? L’indole del Presidente USA, il suo muoversi schizofrenico fra le istituzioni con decisioni prese quasi sul momento, la sua decisionalità anche davanti a situazioni estremamente complesse che richiederebbero qualche approfondimento ulteriore, si potevano ampiamente prevedere parecchi mesi fa. Trump, in un anno di presidenza, ha attaccato Etiopia, Somalia, Yemen, Libano e Iran. L’intervento israelo-americano nell’area rappresenta l’ennesimo tassello di una guerra, avviata da Israele, che ha sempre avuto la minaccia di questo acerrimo nemico a due passi dalla porta di casa.
C’è da ritenere quindi che le battaglie finora condotte – e pensare che Trump voleva candidare come Nobel della Pace – siano state fatte per indebolire le minoranze sciite dei singoli Paesi e adesso si sia arrivati alla “testa del drago”, ossia l’Iran. L’uccisione di Alì Khamenei potrebbe rappresentare un momento importante nel futuro della nazione iraniana, ma non dimentichiamo che l’organizzazione statuale iraniana è fortemente popolata e sotto l’ayatollah vi sono organi come l’Assemblea degli Esperti, i Guardiani della Rivoluzione, i pasdaran, tutti organismi che raccolgono centinaia di migliaia di componenti, quando non qualche milione. Il consenso del nuovo Presidente negli USA è fortemente calato nel giro di un anno, ma – come dice Verzè – non si può accettare che gli americani che l’hanno votato un anno fa si meraviglino ora delle sue decisioni e del suo atteggiamento.
Decisioni e atteggiamento sicuramente prevedibili già nel passato mandato, che si era chiuso, nientepopodimeno, che con l’assalto al Congresso degli Stati Uniti. Un’ipotesi, forse meno fantasiosa di quanto possa sembrare di primo acchito, è che un Trump che genera caos, che distrugge l’ordine costituito (logos), ha rappresentato per molte fasce della popolazione la possibilità di assurgere ad un livello più elevato, di poter contare di più nella società americana: creare il caos per emergere, questa poteva essere una delle motivazioni di chi lo ha votato.
Certamente le sue iniziative – prese talvolta con la leggerezza di un bambino – scatenano situazioni di pericolo, tensione e danno economico decisamente non trascurabile. Un cupio dissolvi, una distruzione totale in nome dell’uscita da una situazione di subalternità anche a costo di scatenare situazioni di grave instabilità, di pericolo e di guerra, come quella attuale in Iran e in tutti i Paesi della penisola arabica. Il fermo delle navi nello stretto di Hormuz, infatti, genera danni economici anche negli USA, nelle fabbriche e nella società che fanno conto sul petrolio, che non arriva perché le petroliere sono ancora là, ferme in quello stretto passaggio che separa le coste iraniane dalla penisola arabica e rappresenta il punto di passaggio obbligato per il Golfo Persico.
In conclusione, una presentazione perspicace, dettagliata e in certi momenti provocatoria, quella che ci ha regalato stasera il prof. Verzè e che non ha mancato di suscitare l’interesse dei numerosi presenti, come si è notato nel dibattito finale.
Un “grazie” alla 3^ Circoscrizione che ha aperto col botto questo ciclo di incontri e che ci stimola a ritrovarci mercoledì prossimo per parlare della “triangolazione USA-CINA-RUSSIA nel disordine mondiale”. A mercoledì.
Ass. PROSPETTIVA FAMIGLIA.
Dott. Paolo STEFANO.














