L’Arena – Giovedì 12 Marzo 2026
Il mestiere di educare
Vita online e relazioni digitali
L’esperto: «La violenza in rete per i ragazzi è diventata normalità Il problema nasce prima»
Camilla Ferro
C’è una scena che si ripete in molte case. Un ragazzo è in camera sua. La porta è chiusa. Il telefono è acceso. I genitori pensano: è a casa, dunque è al sicuro, lontano dalla strada e dai suoi pericoli. «Ma non sempre è così», alza il velo sull’apparente normalità Ivan Salvadori, professore associato a Scienze Giuridiche all’università di Verona, «perché una parte decisiva della vita dei nostri adolescenti passa da uno schermo e si svolge online: lì nascono amicizie, simpatie, esclusioni, crudeltà. Lì si misura il consenso.
Lì, qualche volta, si consuma anche la violenza digitale, che non fa meno male di quella fisica». Non esistono più due mondi, uno reale (offline) e uno virtuale (online). «Per i ragazzi ce n’è uno solo», crea il neologismo, «quello onlife: la vita on line è vita vera, quanto quella off line, due realtà interconnesse che si fondono».
Di questo («Vita online, relazioni digitali: social, videogiochi, internet: opportunità, rischi e limiti) si parlerà oggi a Visionaria, il programma di Associazione Prospettiva Famiglia, alle 18 su Radio Verona e in replica alle 22.45 su Telearena. Save the Children, nel recente rapporto «Stavo solo scherzando», dice che tra gli adolescenti italiani il 28% conferma di aver visto condivise proprie immagini intime senza consenso (sexting); circa il 29% riferisce di essere stato geolocalizzato o controllato da parte della persona con cui aveva o aveva avuto una relazione; uno su 4 dichiara di essere stato vittima, nella coppia, di atteggiamenti violenti come schiaffi, pugni, spinte o lancio di oggetti; conferma che per molte ragazze è «normale» che il partner controlli il loro cellulare. «Il punto è proprio questo», sottolinea Salvadori, «la violenza digitale non comincia quasi mai con la commissione di un vero e proprio reato.
Comincia ben prima: con una password chiesta “per fiducia”, con la posizione condivisa “così sto tranquillo”, con una foto o un video intimi pretesi “solo per noi”, con una battuta feroce, con insulti o contenuti offensivi condivisi in una chat di classe.
Con un profilo falso, a volte creato utilizzando i dati personali altrui. Con un gruppo che ride per le gesta del cyberbullo di turno e deride la sua vittima. Con il silenzio complice di chi vede e non interviene o, peggio ancora, condivide quei contenuti: tanto si tratta soltanto di un click, lo fanno tutti, che problema c’è?». Anche le chat dei giochi online possono diventare spazi di pressione e manipolazione: creano dipendenza, insonnia, disturbi comportamentali (gaming disorder).«Insomma, non siamo davanti a semplici “ragazzate” ma a dinamiche di umiliazione, ricatto, possesso, controllo, comportamenti che spesso integrano dei reati in cui i minori sono vittime ma anche autori», chiarisce il professore ricordando che «il diritto, naturalmente, non è muto e punisce, il cyberbullismo come il bullismo, il Revenge porn, il Child Grooming (adescamento di minorenni), la pornografia minorile».
Sarebbe un errore pensare che la soluzione per fronteggiare queste forme di devianza online sia aumentare le pene del Codice. «La legge serve, e serve molto», chiosa il professore, «però arriva quando qualcosa si è già incrinato, quando il danno molto spesso è stato fatto. Prima ci sono il linguaggio, il clima, la qualità delle relazioni, l’educazione.C’è il modo in cui un ragazzo impara a distinguere l’ironia dall’umiliazione, l’insistenza dalla violenza, la gelosia dal controllo, l’intimità dal possesso, il consenso dall’imposizione. E c’è il modo in cui un adulto, un genitore riconosce un cambiamento, nota i primi campanelli d’allarme: un silenzio nuovo, un sonno che salta, una paura che non trova parole, un telefono che improvvisamente diventa oggetto da nascondere, una richiesta insistente di soldi».
Quindi? «Quindi, senza demonizzare i telefoni e la rete, dovremmo ripartire da una domanda semplice: che cosa stiamo insegnando davvero ai nostri figli sull’amore, sul rispetto, sul desiderio, sul rifiuto, sull’assunzione di responsabilità? Se un ragazzo pensa che insistere sia normale, che pretendere una foto sia una prova d’affetto, che controllare la posizione dell’altra persona sia una forma di attenzione, allora la tecnologia c’entra solo fino a un certo punto.La tecnologia amplifica, accelera, moltiplica ma non inventa da sola i rapporti di forza, la prepotenza, la fragilità emotiva. Il compito degli adulti non è salvare i ragazzi dalla rete, è aiutarli a stare nelle relazioni digitali con più coscienza di sé, più rispetto degli altri, più chiarezza sui limiti, più consapevolezza sulle conseguenze, anche penali, dei propri comportamenti. La vita on line è una parte integrante e rilevante del presente e il modo in cui i ragazzi imparano a viverla dirà molto non solo del loro futuro, ma della qualità civile del nostro tempo».
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