L’Arena – Giovedì 12 Marzo 2026
Il mestiere di educare
Quando in casa invece di parlare si urla Il figlio: «Così mi blocco e mi chiudo»
La pedagogista: «Il potere della calma e della fermezza gentile»
Camilla Ferro
Con le urla non si va lontano. Capita in tutte (o quasi) le case che si alzi la voce e il confronto diventi prova di forza a suon di decibel. Con i figli, soprattutto. Ma è possibile educare senza gridare? È il tema della puntata di «Visionaria» (il programma di Prospettiva Famiglia) in onda oggi su Radio Verona alle 18 e in replica alle 22.45 su Telearena, con ospite Enrica Zolezzi, pedagosista e counselor. Lo spunto arriva anche stavolta dalla lettera-denuncia di un adolescente ai genitori: «Non è facile per me dirvelo in faccia, ma ho bisogno che sappiate come mi sento. Quando urlate, anche se magari lo fate perché siete stanchi, preoccupati o arrabbiati, io mi sento piccolo.
Mi sento come se quello che provo non contasse, come se stessi solo sbagliando tutto. Le urla mi fanno chiudere, non mi aiutano a capire. Anzi, mi fanno venire voglia di smettere di parlare. Quando invece mi parlate con calma, riesco ad ascoltarvi davvero».«Molti padri e madri ritengono che alzare la voce sia l’unico modo per farsi ascoltare», spiega Zolezzi, «molti non lo fanno volutamente ma perdono il controllo sopraffatti dallo stress e preoccupati per il comportamento dei loro ragazzi. Le emozioni sono contagiose per cui accade che in situazioni di tensione, a ogni età, si attivi uno stato di allerta del sistema nervoso che condiziona le reazioni, rendendo difficile gestire i conflitti».
Quando un genitore perde la calma e urla, il «sistema» del figlio si allarma, compromettendo persino la sua capacità di ascoltare. «La reazione che seguirà potrà essere di chiusura e di allontanamento, oppure si innescherà un’escalation di urla e aggressività che renderà vano ogni tentativo di ragionamento», spiega la specialista. Gli adolescenti, in particolare, a causa dei cambiamenti legati all’età, vivono una fase di grande vulnerabilità emotiva segnata da insicurezze, bisogno di riconoscimento e difficoltà ad esprimere ciò che sentono. «Dietro ogni comportamento che ci spiazza c’è una reazione emotiva che va interpretata», ribadisce Zolezzi, «e un bisogno che chiede di essere riconosciuto. Anche quelle che giudichiamo provocazioni, spesso sono segnali di un sistema emotivo sotto stress.
Quindi? Quindi restano fondamentali l’educazione delle emozioni, l’allenamento alla regolazione e alla gestione dello stato emotivo». E ancora: «Il genitore e l’adulto in generale hanno un ruolo importante nel mettere in campo modalità di comunicazione che aiutino a mantenere aperto il canale del dialogo, nel miglior modo possibile. Saper mantenere per la maggior parte del tempo un tono calmo e rispettoso nelle interazioni con bambini e adolescenti è una sfida educativa», riconosce l’esperta, «che diventa un traguardo raggiunto quando la qualità della relazione porta benessere a tutta la famiglia. È l’adulto che diventa modello e porto sicuro». Attenzione, non si tratta di rinunciare ai limiti e alle regole ma di «proporle in modo da favorire responsabilità e collaborazione invece che rabbia e scontro».Anche nel contesto scolastico un clima di ansia, tensione e paura ostacola l’imparare, mentre un ambiente sereno e accogliente lo favorisce. «In questo senso, insegnanti e genitori condividono una responsabilità educativa fondamentale», conclude Zolezzi, «essere punti di riferimento stabili, capaci di “regolare” emotivamente e accompagnare i ragazzi nella crescita. Non servono genitori perfetti ma adulti consapevoli dell’impatto delle proprie parole, capaci di essere presenti come guide amorevoli e autorevoli anche nei momenti difficili. Ciò che resta davvero nel tempo, è come bambini e adolescenti si siano sentiti nella relazione con i grandi».
L’Arena
Giovedì 26 Marzo 20266 Pag. 21














